Una festa con racconti, immagini, musiche e frammenti teatrali, tra ricordi, leggerezza e impegno civile dei primi quarant’anni del Cada Die Teatro. Ad accompagnarci in questo viaggio, le parole di Giacomo Casti e le suggestioni musicali di Francesco Medda Arrogalla.
Lo spettacolo, molto liberamente ispirato ai romanzi Don Chisciotte e Farehnheit 451, è godibilissimo sia per un pubblico adulto, sia per bambini e ragazzi
con Giorgio Del Rio, Alessandro Mascia, Mauro Mou, Silvestro Ziccardi e in questo nuovo allestimento con due straordinarie Dulcinee, Lara Farci e Francesca Pani.
ideazione Bruno Tognolini, Mauro Mou, Silvestro Ziccardi; testo Bruno Tognolini / Cada Die Teatro; scenografie Mario Madeddu, Marilena Pittiu; costumi Marcella Ki; direzione tecnica Giovanni Schirru; suono Matteo Sanna; collaborazione alla regia Alessandro Lay; regia Pierpaolo Piludu
Una festa con racconti, immagini, musiche e frammenti teatrali, tra ricordi, leggerezza e impegno civile dei primi quarant’anni del Cada Die Teatro.
Ad accompagnarci in questo viaggio, le parole di Giacomo Casti e le suggestioni musicali di Francesco Medda Arrogalla.
Con Giancarlo Biffi, Lara Farci, Alessandro Lay, Alessandro Mascia, Mauro Mou, Francesca Pani, Pierpaolo Piludu, Silvestro Ziccardi e la partecipazione di Dr. Drer e CRC Posse.
di Alessandro Mascia e Pierpaolo Piludu; riprese e montaggio audio video di Marco Gallus; musiche tratte da Meigama di Francesco Medda e Mauro Palmas; immagini aeree di Dietrich Steinmetz
Unu trumbutu de xrobreddus, un brain storming ambientale e visionario con i protagonisti del documentario: Maddalena Achenza, Gianluigi Bacchetta, Bachisio Bandinu, Ettore Cannavera, Giuseppe Mariano Delogu, Daniela Ducato, Salvatore Porta, Sabrina Puddu, Giampietro Tronci e Luigi Usai.
Donne e uomini della Sardegna, da anni impegnati in ricerche ecosostenibili, raccontano la fattibilità e il successo di iniziative realizzate con ciò che di solito è considerato un problema: Dagli scarti nascon tesori è un invito a non dare niente per scontato, a condividere esperienze e strategie alternative ai fallimentari “modelli di sviluppo” responsabili del progressivo esaurimento della vita del nostro pianeta.
adattamento teatrale di Alessandro Lay e Pierpaolo Piludu; collaborazione alla drammaturgia Alessandro Mascia; con Alessandro Mascia e Pierpaolo Piludu; disegno luci, Giovanni Schirru; suono Matteo Sanna; scene Mario Madeddu e Marilena Pittiu; regia Alessandro Lay.
Un omaggio alla poetica e all’impegno civile di Maria Giacobbe: un incontro importante e fecondo che si rinnova e cresce con nostra immensa gratitudine.
Lo spettacolo è un invito a riflettere sulle umane debolezze che possono portare a compiere anche le azioni più violente e a soffermarsi sul dolore che ogni nostro comportamento può determinare in altri esseri umani.
Un ringraziamento particolare per il prezioso lavoro quotidiano dietro le quinte alle compagne e compagni del Cada Die Teatro che di solito non salgono sul palco a prendere gli applausi: Emiliano Biffi, Tatiana Floris, Paola Ganadu, Viviana Kaiser, Andrea Mascia, Mario Madeddu, Marilena Pittiu, Matteo Sanna, Giovanni Schirru, Giorgio Sitzia, Giaime Ziccardi e a tutte le persone che hanno condiviso e accompagnato il nostro viaggio in questi anni.
INFO E PRENOTAZIONI via Italia 63 Pirri – Cagliari
Ingresso: 5 € Dagli scarti nascon tesori: ingresso gratuito
Direzione artistica e laboratori su recitazione e drammaturgia: Alessandro Mascia e Pierpaolo Piludu laboratorio musicale: Giorgio Del Rio laboratorio scenografico: Marilena Pittiu collaborazione drammaturgica: Sergio Cicalò fonica: Matteo Sanna luci: Giovanni Schirru riprese video: Marco Gallus ufficio stampa: Valentina Lo Bianco organizzazione: Viviana Kaiser
Un ringraziamento particolare a dirigente e insegnanti della Scuola CPIA 1 Karalis, al direttore, a tutto il personale dell’area educativa e agli agenti di Polizia Penitenziaria della Casa Circondariale “E.Scalas” che, pur nelle limitazioni di una struttura carceraria, ci hanno permesso di portare avanti nel migliore dei modi i laboratori coi detenuti.
Abbiamo deciso di sviluppare il nostro percorso teatrale (4 differenti laboratori) all’interno del carcere procedendo per ‘passi o tappe’ con l’obiettivo di coinvolgere un numero sempre maggiore di partecipanti. Le prime due nostre proposte sono stati due corsi di “Drammaturgia” e “Recitazione teatrale”, incentrati sul bellissimo e terribile romanzo “Gli arcipelaghi” di Maria Giacobbe che i detenuti che frequentavano la scuola del CPIA 1 avevano in parte già letto durante le lezioni di Italiano. Il libro stimola una riflessione profonda sui temi della violenza, della vendetta e della pena. L’autrice si sofferma su tutti i personaggi della storia, cercando di capire le ragioni più profonde di ciascuno. Allo stesso modo, nel corso del laboratorio, intendevamo invitare i partecipanti a immedesimarsi in tutti i protagonisti, positivi e negativi, del romanzo, e a raccontare la storia privilegiando, di volta in volta, il punto di vista di tre giovani che organizzano un furto, di un pastore che viene derubato, di un bambino che, una notte, in campagna, ha la sventura di veder passare dei banditi con una mandria… Eravamo convinti che la forza letteraria del libro e delle tematiche, potessero stimolare i partecipanti ad entrare in empatia coi personaggi della vicenda e comprenderne le ragioni. Nel corso dei nostri laboratori abbiamo concentrato l’attenzione sulla storia della Giacobbe immaginando si trattasse di una vicenda realmente accaduta, inquadrando il comportamento dei vari personaggi in una prospettiva sociale, con l’obiettivo di suscitare una più intima riflessione e di elaborare un percorso interiore che portasse a contemplare risposte differenti in analoghe situazioni.
A distanza di qualche mese è iniziato il terzo laboratorio di “Scenografia teatrale”, diretto da Marilena Pittiu. Abbiamo avuto la fortuna di coinvolgere un gruppo di detenuti che già operavano in piccoli lavori artigianali e creativi. Non è stato complicato avere la loro adesione: inoltre, l’idea di lavorare su elementi scenografici di immediato utilizzo ha reso la parte di formazione generale più agevole e coinvolgente.
Anche il quarto laboratorio di formazione, “Musica”, con docente Giorgio Del Rio, è stato accolto con entusiasmo, soprattutto da parte di un gruppo musicale auto gestito che già operava in carcere in collaborazione con un responsabile degli agenti della Polizia penitenziaria, membro di una banda musicale della Sardegna.
Insieme agli allievi e ai docenti scolastici con cui stavamo elaborando l’adattamento teatrale del romanzo della Giacobbe, abbiamo deciso che la rappresentazione, ambientata in un paese dell’interno della Sardegna, sarebbe iniziata e si sarebbe conclusa con la presenza di un gruppo rock che, la sera della festa patronale, suona sotto la pioggia… L’opportunità di partecipare da protagonisti alla rappresentazione teatrale è stata per i partecipanti al laboratorio musicale un ulteriore stimolo e ha favorito la coesione con gli altri gruppi. Inoltre, anche per loro, come per i partecipanti agli altri laboratori, la consapevolezza che non si trattasse di un intervento sporadico, ma continuativo, ha agito come forte impulso alla loro partecipazione e condivisione. Il procedere a tappe della nostra attività ci ha permesso di incontrare l’universo carcerario di Uta, nella sua piena umanità, con “leggerezza”, cercando di non essere percepiti come un corpo esterno che invade un ristretto spazio vitale, ma come un’opportunità cui ciascun allievo-detenuto poteva scegliere se fruirne oppure no. Abbiamo cercato di coinvolgere gli allievi facendoli sentire non solo fruitori ma anche autori informati e partecipi. Siamo convinti che la loro libertà di scelta e di intervento, soprattutto in un contesto limitante come quello carcerario, sia di fondamentale importanza.
Purtroppo, il 6 marzo, a poche settimane dalla presentazione dello studio, a causa dell’emergenza Corona virus, ci è stato precluso l’ingresso in carcere e abbiamo dovuto interrompere le prove.
Esito finale del corso di formazione Per Aspera ad Astra – quarta edizione a cura di Cada Die Teatro, in collaborazione con CPIA 1 Karalis
regia e scene Alessandro Mascia e Pierpaolo Piludu
coordinamento Andrea Mascia
luci Giovanni Schirru In scena gli allievi della sezione A.S.
voce RETOURN Veronica Floris
editing audio Matteo Sanna tutor Giovanni Malagutti (Fondazione Malagutti)
Nel 2019 un team di scienziati internazionali sfida quello che appare ovvio: il tempo procede in una sola direzione e non esiste la retromarcia. Grazie a un algoritmo quantistico essi sostengono di avere “dimostrato sperimentalmente” come far tornare indietro nel tempo un elettrone. Sarebbero così in grado di realizzare ciò che era stato scritto sin dall’800, con la “macchina del tempo”: viaggiare attraverso gli anni. Ora, nella nostra messa in scena, abbiamo trovato gli uomini per sperimentare questo viaggio… I personaggi, all’oscuro di tutto, sono stati prelevati e addormentati. Al loro risveglio si rendono conto di non trovarsi più sulla Terra, ma nello spazio: lontano, apparentemente su un’astronave, guidata da un programma di nome RETOURN. Dagli oblò vedono solo la Terra, lontana… nel buio. Alcuni di loro sono cambiati: i capelli sono diventati bianchi, il corpo è dolorante, come chi sta fermo per molto tempo e la vita è stata sospesa. Sono passati anni, molti anni. Un viaggio su un veicolo la cui vera forza risiede nei sogni svaniti dei personaggi, nelle loro speranze passate e nel tempo rubato. Forse i protagonisti sono solo vittime di uno strano esperimento, chiamato A.S. (assenza di stato). Tutto il racconto è forse solo un viaggio all’interno dei loro ricordi e dei sogni passati, alla ricerca delle emozioni, senza di cui, il tempo stesso, non ha più significato. L’opportunità stessa del viaggio, non sarà imbrogliare il tempo a loro piacere, ma, “carpe diem”, viverlo nel presente e nella sua pienezza.
“Abbiamo tutti le nostre macchine del tempo. Alcune ci portano indietro e si chiamano ricordi. Altre ci portano avanti e si chiamano sogni…”
nell’ambito del progetto – “Per Aspera ad Astra IV ed.– Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza” è un progetto promosso da Acri e sostenuto da Compagnia di San Paolo, Fondazione Cariplo, Fondazione Carispezia, Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra, Fondazione Con il Sud, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Fondazione di Sardegna
venerdì 27 maggio 2022 – Sala Biblioteca – Casa Circondariale “E. Scalas” UTA (CA)
Tu forse non lo sai, ma noi astronomi abbiamo davvero una macchina del tempo. È la velocità della luce. È lei che ci permette di guardare indietro nel tempo.
Durante un lungo viaggio in bicicletta, Margherita Hack racconta al marito Aldo la sua infinita passione per la fisica e l’astronomia. Ricavando continue similitudini dal mondo della bicicletta, Margherita passa in rassegna, spiegandoli, alcuni dei più grandi quesiti della scienza moderna: la teoria della relatività di Einstein, i viaggi nel tempo, l’esistenza di forme di vita extraterrestri, la nascita e la morte di una stella.
Mescolando racconto biografico e divulgazione scientifica con ironia e inventiva, Margherita Hack. In bicicletta tra le stelle è un viaggio sorprendente attraverso la vita e le passioni di una donna straordinaria. Una parabola senza tempo che ci rammenta l’eredità lasciataci in dono da Margherita Hack.
con la partecipazione straordinaria di Stefano Giaccone
Negli ambienti rurali, come in quelli urbani, l’evento bellico muta profondamente le relazioni tra uomini e donne, tra genitori e figli; in particolare, le relazioni di dipendenza si alterano, ridefinendo responsabilità e ruoli per il soddisfacimento dei nuovi bisogni.
La giovane Alba, nata a Elva, tra le montagne della Val Maira, attraversa da adolescente la prima guerra mondiale. Ormai donna lascia le montagne per realizzare il suo sogno di diventare maestra; come dote porta con sé il segreto della guerra partigiana, della quale è partecipante attiva. Alba sopravvivrà anche alla seconda guerra mondiale e per la prima volta, ormai cinquantenne, sarà chiamata a esprimere il suo voto nel primo suffragio universale italiano. Negli anni del primo conflitto mondiale le donne, per la prima molta, entrano nei ruoli sociali e nel mondo del lavoro, fino ad allora ambiti esclusivamente maschili. È un’emancipazione forzata, anche questa dettata dal bisogno bellico e dai ruoli lasciati scoperti dagli uomini che sono quasi tutti in guerra. Ma svolgere le mansioni da cui sono state fino ad allora escluse innesca un processo inarrestabile, che porta progressivamente a un reale cambiamento e una partecipazione diversa del femminile che culminerà, nel ’46, nel primo suffragio universale, dove i voti delle donne sono determinanti per un cambiamento radicale. Con ALBA DELL’ORRIDO DI ELVA ripartiamo dalle montagne, da quelle della Carnia dello spettacolo MARTA E OLMO a quelle piemontesi. Se la vita di Marta è presto spezzata, quella di Alba attraverserà le due guerre per arrivare a esprimere il primo voto, da donna libera, nel ’46. Per lei abbiamo immaginato una vita non speciale, da eroina, però dura e determinata; le esperienze che incontra la temprano e la rafforzano. Alba è una donna che sceglie, all’inizio per istinto e opposizione giovanile, ma man mano i valori si consolidano in lei e le scelte si fanno coerenti e inevitabili, con la consapevolezza del prezzo che può essere necessario pagare. La vediamo insegnare durante il periodo fascista, ma cercando di comunicare ai ragazzi dei valori differenti da quelli propugnati dal regime, affrontando un grande rischio, successivamente la vediamo partecipare alla Resistenza, o accudire piccoli e anziani durante i bombardamenti di Torino. Alba è partecipe della vita sociale e ha un ruolo, sebbene limitato, nella trasformazione in atto. Ma all’origine di “Alba” c’è la montagna, un luogo appartato. Immaginiamo che Alba nasca a Elva, in Val Maira, un luogo straordinario per molti motivi. Elva, per la sua collocazione geografica, è un luogo ancora oggi non semplice da raggiungere. Quella è la culla di Alba, con le sue tradizioni che lei non rinnega, come può sembrare inizialmente, ma trasforma e dunque, paradossalmente, rafforza. Perché le tradizioni che non vengono rinnovate, vitalizzate, diventano solo pesanti fardelli da trascinare. Alba è una donna che, al contrario di Marta (dello spettacolo MARTA E OLMO), raggiunge la piena maturità e consapevolezza del suo ruolo nella comunità, nel tessuto sociale, ma anche del suo proprio significato e dei suoi bisogni.
concerto spettacolo per il centenario di Margherita Hack da un’idea di Francesco Magnelli con Ginevra Di Marco, Francesco Magnelli, Andrea Gozzi musica Ginevra Di Marco, Francesco Magnelli, Andrea Salvadori parole Ginevra Di Marco foto Vittorio Vizzini
Cari ragazzi, vorrei darvi un saluto e un augurio: che possiate vivere in un mondo migliore, in questo che si chiama il villaggio globale, che sia davvero globale, dove non ci siano più divisioni di razza, di nazionalità, di religione, dove si sia davvero tutti fratelli, tutti fatti dello stesso DNA, per un mondo in pace, per un mondo che ami la scienza e che con la scienza cerchi di migliorare la vita di tutti. Auguri!
Margherita Hack
“L’anima della Terra vista dalle stelle” è lo spettacolo di musica e parole che per quattro anni, dal 2009 al 2013, Ginevra Di Marco e Francesco Magnelli portarono sui palchi dei teatri italiani con Margherita Hack.
In occasione del centenario dell’astrofisica, Ginevra e Francesco decidono di ritornare in scena per raccontare Margherita e la straordinaria esperienza vissuta insieme: un intreccio di racconti e musica per far affiorare ancora i suoi pensieri, la sua persona, il lavoro, la vita, le scelte e l’indomita necessità di schierarsi e lottare. I materiali audiovisivi che documentano l’esperienza di allora, tra frammenti di spettacolo, interviste e momenti di lavoro, verranno messi in scena come attori, allo scopo di evocare ancora Margherita con la sua straordinaria forza. Un vitale susseguirsi di racconti e canzoni, la dovuta leggerezza e la battuta pronta, per omaggiare una donna meravigliosa e una grande amica. “Una personalità come quella di Margherita Hack lascia il segno nell’esperienza di chi l’ha frequentata, come noi, per quattro anni con lo spettacolo “L’anima della Terra vista dalle stelle”: una traccia profonda che affiora dai ricordi e ci chiama, quasi a chiederci di esistereancora, di esserci, come una sorgente viva di stimoli e pensieri nuovi.
Celebriamo la nascita di Margherita Hack, non la ricorrenza della sua morte, affinchè la sua vita e il suo esempio possa continuare ad essere di ispirazione per le nuove generazioni e possa ancora affiancare noialtri, quaggiù, in un cammino che sappia diventare, alla luce della sua Stella, più forte e coraggioso”
musiche dal vivo Emanuele Dell’Aquila, Alex Orciari
foto di MoniQue
Pane o libertà è il nuovo spettacolo di Paolo Rossi che unisce stand up a commedia dell’arte e commedia greca. “Il titolo Pane o libertàl’ho ripreso da un libro, ma non vi dico qual è. Lo trovo molto emblematico: si impone la scelta tra mangiare, vivere o avere la libertà”spiega Rossi. “Ma oggi le parole ‘pane’ e ‘libertà’ hanno lo stesso significato di quando quel libro mi capitò tra le mani? Il pane ha lo stesso sapore di quei tempi? e oggi uno è libero di gridare ‘Abbasso la libertà’?”. Il progetto intrapreso da Rossi comprende un tipo di azione teatrale ad alta valenza sociale.Agile, dirompente, sfuggente alle definizioni di genere e duttile nell’allestimento scenico, Pane o libertà ha le caratteristiche di un evento più che di una rappresentazione e si adatta aqualunque luogo voglia ospitare la ‘non replica’, addirittura il teatro propriamente detto. Lo spettacolo mescola la figura del primo Arlecchino, quello che possedeva il biglietto di andata e ritorno per l’aldilà, a quella che fu poi una delle sue evoluzioni come intrattenitore popolare capace di spaziare dalle stalle al cabaret. Un teatro d’emergenza? Delirio organizzato? Serata illegale? Teatro di rianimazione? Comunque un teatro di domande.
“Giocando con l’illusione di mettermi sul palco -o su ciò che useremo come tale per bisogno o necessità -sia come attore, sia come personaggio e come persona, rievocherò i miei sogni lucidi, fatti di storie che aiutano a resistere, a scegliere tra il pane e la libertà, o a non scegliere proprio” prosegue Rossi. “Sono storie di artisti che per fortuna ho realmente incontrato nella mia vita. I maestri Jannacci, Gaber, De Andrè, Fo e persino il fantasma della Callas; i comici del Derby e altri sconosciuti. Racconterò questi allegri morti che abitano l’interzona che li rende visibili solo a pochi cantastorie che li traducono agli umani. Con l’aiuto dei miei amici saltimbanchi, parlerò di queste personalità fantasmagoriche e poetiche, non controllabili da nessun piccolo o grande fratello che con le loro narrazioni portanoconforto, idee per lottare e speranza. Tutto qui.Senza osare più del dovuto nelle imitazioni e nelle parodie, giocando al contrario con le massicce dosi di visionarietà che la favola contiene di suo. Vorrei fare qualcosa che dia al mio essere chiamato comico una via di fuga verso un teatro sociale, nella poesia del buffo e della magia. Roba minima. Tanto per alzare le difese immunitarie del pubblico presente… o meno”.
Quel che pare un sottotitolo, Per un immenso futuro repertorio, in realtà è un complemento importante del titolo stesso. Una finestra che si aggiunge a quelle dell’improvvisazione, del coinvolgimento del pubblico, di irruzioni improvvise di ospiti a sorpresa, dove verranno riarrangiati o citati dei pezzi, monologhi, frammenti, momenti delle origini per farli rimbalzare come nuovi nel presente della serata.C’è l’attore, ci sono i personaggi che evoca o interpreta nelle varie affabulazioni, ma soprattutto c’è la persona. Attore, persona e personaggio, tutto questo presente contemporaneamente,tutto questo per allontanarsi dalle tradizionali rappresentazioni e creare qualcosa che accada veramente e irrepetibilmente nella serata. PS: Recitando col pubblico, e non al pubblico, ai presenti in sala è consentito intervenire, chiedere, interrompere, soprattutto restare svegli. E comunque, pur rispettando le vigenti norme sulla distanza sociale, qui, in questo teatro, la quarta parete non esiste.
“E se un Dio mi fa naufragare sul mare scuro come vino, saprò sopportare, perché ho un animo paziente nel petto: sventure ne ho tante patite e tante sofferte tra le onde ed in guerra: sia con esse anche questa.”
“Odissea” di Omero dalla ninfa Calipso all’incontro con la giovane Nausicaa la figlia del re Alcinoo. La partenza, l’addio all’immortalità, la tempesta e l’approdo nell’isola dei Feaci. La cetra di Demodoco e le lacrime degli eroi. Giuseppe Cederna legge e racconta il viaggio di Odisseo, un migrante mediterraneo sulla via del ritorno. Una riflessione sull’accoglienza antica dello straniero e la dichiarazione d’amore più bella del mondo.
legge Valerio Aprea di Mattia Torre Musiche di Giuliano Taviani e Carmelo Travia
In mezzo al mare, interpretato da Valerio Aprea, è il primo monologo scritto da Mattia Torre, nel 2003. Nel 2012 è stato inserito da Dalai Editore nella raccolta omonima dei principali monologhi che Torre ha scritto di lì in seguito, ampliati nel 2019 per Mondadori e in audiolibro per Emons Edizioni. Tre di questi, Colpa di un altro, Yes i can e Gola, oltre a uno stralcio di In mezzo al mare, vengono proposti dallo stesso Aprea in un assolo spietato ed esilarante al tempo stesso, che fotografa un paese in balìa di una fame atavica, e votato inesorabilmente al raggiro, alla menzogna, al disperato inseguimento di un lusso sfrenato e delirante. Il tutto sulle musiche di Giuliano Taviani e Carmelo Travia composte per Figli, l’ultimo film scritto dall’autore.
traduzione e drammaturgia Luca Radaelli regia Luca Radaelli, Walter Broggini
con Luca Radaelli, Walter Broggini
scene Walter Broggini
Leggendo Shakespeare ci si imbatte in una realtà fatta di contrasti: l’alto e il basso, l’elevato e il volgare, il comico e il tragico.
Nella sua tragedia forse più cupa, Re Lear (scritta, tra l’altro, proprio a seguito di un’epidemia di peste che aveva chiuso i teatri londinesi per un anno), Shakespeare toglie allo spettatore ogni certezza, ogni punto fermo. Il re dialoga con il suo matto e non si capisce chi dei due è il matto. I figli apparentemente buoni sono cattivi e viceversa. Tutto è permeato di black humour. Malgrado la famosa battuta “La maturità è tutto”, i personaggi reagiscono in modo infantile, sembrano quasi burattini nelle mani del destino: “Come mosche tra le mani di ragazzini crudeli noi siamo per gli dèi”. Perciò abbiamo immaginato di ridurre la scena elisabettiana a una baracca di burattini: Re Lear è un attore in carne e ossa che ha a che fare con i suoi fantasmi scolpiti nel legno. In Italia si tende a dare ai burattini l’etichetta di “teatro per bambini”, dimenticandosi l’origine rituale e demoniaca delle maschere (Arlecchino, Brighella) e l’aspetto inquietante di alcuni personaggi del teatro di figura (Punch, Guignol…). Walter Broggini (burattinaio che ha girato tutta Europa col suo spettacolo di teatro di figura per adulti “Solo”) incontra Luca Radaelli (attore che già si è cimentato con “Macbeth Banquet” in un teatro scespiriano con oggetti) per dare vita a un Re Lear che trae linfa dal teatro popolare, dalla farsa, dal balletto indemoniato delle teste di legno. Brighella si identifica con il cattivo, il bastardo Edmund, il lombardo Pirù si appropria delle caratteristiche del Fool e del fedele Kent per accompagnare Lear nel percorso che lo porterà solo con la follia a essere saggio, così come, parallelamente, il deuteragonista Gloucester solo con la cecità riuscirà a vedere. In questa razza di mondo dove i ciechi guidano i matti.