un ringraziamento particolare a Lara Farci e Alessandro Mascia
Liberamente tratto dall’opera di Emilio Lussue dai racconti delle bambine e bambini del ’43
Un racconto a cavallo tra la ‘grande storia’ – la fine della prima guerra mondiale e l’avvento del fascismo narrato con furore e ironia da Emilio Lussu – e le ‘piccole storie’ di chi ha vissuto in prima persona la tragedia delle bombe su Cagliari del 1943. Le storie di chi in quei giorni aveva 10 anni e ha visto con i suoi occhi la sua città rasa al suolo dalle “fortezze volanti” degli Stati Uniti d’America.
I rifugi, le grotte gremite di gente in pigiama, i vestiti uno sopra l’altro, le acque del porto in fiamme, Cagliari che da un momento all’altro scompare, cancellata… Immagini impresse a fuoco nella memoria di chi ricorda ancora tutto.
Un attimo prima ci sono le case, un attimo dopo c’è il vuoto, o quasi. A perdita d’occhio si vedono solo polvere e macerie, giusto qualche pezzo di muro spunta ancora da terra, come un dente cariato… Le bombe sono sempre le stesse, non cambiano: intelligenti o stupide, a grappolo o a spezzoni, a pressione o a impatto.
Le bombe sono sempre le stesse ovunque vengano lanciate, a Gaza come in Donbass, a Sarajevo come in Iraq o in Kurdistan, o in Libano, in Afghanistan… dappertutto. Le bombe uccidono, smembrano, distruggono, fanno a pezzi la vita. Ma non vengono mai dal nulla: da dove arrivano, da quanto lontano arrivano le bombe?
di e con Giancarlo Biffi luci e fonica Emiliano Biffi suono Matteo Sanna regia e musiche originali Mauro Mou promozione e distribuzione Tatiana Floris produzione Cada Die Teatro libro pubblicato da Edizioni Segnavia
Un omaggio alla generazione che, uscita dalla dittatura, ha saputo edificare uno Stato repubblicano e democratico senza aver mai abitato le piazze della democrazia. Una generazione che ci ha lasciato un mondo migliore di come l’aveva trovato. Dalla dittatura alla sovranità popolare, dall’oppressione alla libertà!
Vite parallele di una giovane donna e di un giovane uomo destinate a confluire l’una nell’altra. Lei, Elie, è una staffetta partigiana, testimone della battaglia lungo il fiume Adda di fine aprile del 1945. Lui, Lucio, un militare dell’aeronautica, dato per disperso dal settembre del 1943 e internato per due anni nei lager nazisti. Lei, un attivista cattolica, aderente alla Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi. Lui, un militante comunista, fedele al Partito di Palmiro Togliatti. Poi la vita giocherà loro un bel grande scherzo: i due giovani s’incontreranno, si innamoreranno e si sposeranno. E sceglieranno come giorno per la loro unione la data del 2 giugno: la Festa della Repubblica.
Un percorso di vita, di famiglie operaie, attraversato da dolori, gioie, perdite e nascite. È la storia di padri, madri, figlie e figli, ritrovati e dispersi, che si muovono tra le pieghe di un secolo che ancora ci parla. Il ‘900, con i suoi ideali e le sue contraddizioni. Le sconfitte e le vittorie di chi ha sempre creduto che un altro mondo fosse possibile. Piccole storie nobili di donne e uomini che, posti di fronte ai terribili sobbalzi della Storia, scelgono di non cessare mai di essere umani.
Storie di una giovane donna e di un giovane uomo che, con i loro sacrifici, atti e speranze, hanno reso possibile che io sia quello che oggi sono.
di e con Pierpaolo Piludu musiche de Su Cuncordu Iscanesu suono Matteo Sanna luci Giovanni Schirru consulenza sardo logudorese Francesco Tzitzu Sanna e Antonio Ninni Piras consulenza musicale Gigi Oliva cura della messa in scena Mauro Mou, Silvestro Ziccardi
Racconti d’amore, di banditi e di donne capaci di fronteggiare su dimoniu quando, all’improvviso, compariva per offrire soldi o anni di vita a persone in difficoltà chiedendo in cambio di firmare un patto con lui.
Istorias (Storie) è uno spettacolo che affonda le radici nella cultura orale della Sardegna. La lingua sarda logudorese, la lingua della poesia, si intreccia con l’italiano e con le suggestioni del canto a tenore, accompagnando gli spettatori in un tempo che appare distante anni luce da quello odierno, quando non esisteva la televisione, non c’era la corrente elettrica e sas animas bonas apparivano e dialogavano con i vivi. Chi riusciva ad ascoltare con particolare attenzione le loro parole, coglieva non solo granelli di saggezza ma, a volte, anche il giusto suggerimento po agattare unu pósidu, per riuscire a trovare un tesoro. Alcune storie dello spettacolo sono contenute nel libro Pósidos pubblicato dalle Edizioni Condaghes di Cagliari
di e con Pierpaolo Piludu e su Cuncordu Iscanesu: Pietro Dettori (Sa Oghe), Sandro Flore (Su Bassu) Gian Piero Motzo (Sa Mesuoghe), Antonio Ninni Piras (Sa Contra) consulenza linguistica sardo logudorese Francesco “Tzitzu” Sanna e Antonio “Ninni” Piras consulenza scientifica Gigi Oliva suono Matteo Sanna luciGiovanni Schirru cura della messa in scena Mauro Mou,Silvestro Ziccardi
Racconti d’amore, di banditi e di donne capaci di fronteggiare su dimoniu quando, all’improvviso, compariva per offrire soldi o anni di vita a persone in difficoltà chiedendo in cambio di firmare un patto con lui.
Istorias (Storie) nasce dal desiderio di tornare alle radici della cultura orale e musicale della Sardegna. La lingua sarda logudorese, la lingua della poesia, si intreccia con l’italiano e con le suggestive voci del canto a tenore de Su Cuncordu Iscanesu, riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità. Sos contos antigos accompagnano gli spettatori in un tempo che appare distante anni luce da quello odierno, quando non esisteva la televisione, non c’era la corrente elettrica e sas animas bonas apparivano e dialogavano con i vivi. Chi riusciva ad ascoltare con particolare attenzione le loro parole, coglieva non solo granelli di saggezza ma, a volte, anche il giusto suggerimento po agattare unu pósidu, per riuscire a trovare un tesoro. Accanto ai brani tradizionali del repertorio de Su Cuncordu, stiamo sperimentando la creazione di ambienti sonori in cui la voce narrante si innesta come un quinto elemento, fondendo teatro e canto tradizionale in un equilibrio prezioso e inedito. Alcune storie dello spettacolo sono contenute nel libro Pósidos pubblicato dalle Edizioni Condaghes di Cagliari
27 Ottobre 2025 – Kulturni Center Lojze Bratuž, Gorizia – Lenghis Festival 24 Ottobre 2025 – Teatro Nonnu Mannu, Scano Montiferru – Rassegna Hymnos Off 19 Ottobre 2025 – Sa dom’e Farra, Quartu Sant’Elena – Un teatro da narrare 5 Luglio 2025 – Jerzu, Festival Dei Tacchi
Siamo a ventisei! È questo il numero di anni compiuti da un Festival di teatro che ogni anno ad agosto ci prende per mano, accompagnandoci tra i magici Tacchi dell’Ogliastra. E allora Buon viaggio!
Per continuare a incontrarci su strade intraprese diversi anni addietro e mai più abbandonate. Lungo le congiunzioni che allacciano l’umiltà all’audacia. L’umiltà di chi è consapevole che ha ancora molto da imparare e l’audacia nell’esprimere in forma scenica l’urgenza di dare rappresentazione ai sogni. Per scacciare la paura della fine e provare ad aprire scenari per nuovi futuri; per confrontarsi con il teatro sovvertendo modalità e schemi collaudati; per farsi sorprendere dal suo essere ancora vitale nella sua unicità; per la capacità di proseguire il percorso stupendosi ancora, nuovamente e candidamente a ogni passo compiuto. Per un festival che quest’anno ha per tema “lo stupore”, o più precisamente la perdita di esso. Un sentimento che purtroppo si presenta nell’individuo, sempre più, in minor misura. Come se fosse schiacciato, sovrastato da altro; come se l’essere umano fosse sempre meno capace di rimanere: “senza parole”, “abocca aperta”.
Stupirsi aiuta a calmare il nostro sistema nervoso, permettendoci d’incontrare l’immaginifico, di accogliere il fantastico che alle volte sorprendentemente dirompe in noi. Stupirsi, è un’esperienza che appartiene al teatro. Fin da piccini assistendo a una rappresentazione teatrale ci è sicuramente capitato di restare senza parole. Sarebbe assai bello poterlo continuare a fare anche da adulti. Ed è questo quello che proveranno a fare le artiste e gli artisti presenti alla 26^ edizione del Festival dei Tacchi: farci rimanere a bocca aperta.
Quando cercavano di portarci via la Terra, gli Alberi, la Vita.
drammaturgia Pierpaolo Piludu e Andrea Congia
voce narrante Pierpaolo Piludu
chitarra classica/synth Andrea Congia
dal romanzo “Paese d’ombre” di Giuseppe Dessì
una coproduzione Cada Die Teatro / Casa di Suoni e Racconti
Paese d’ombre è una rilettura del romanzo capolavoro di Giuseppe Dessì. La voce di Pierpaolo Piludu e le suggestioni musicali create da Andrea Congia fanno rivivere le lotte di una comunità che, nella seconda metà del 1800, cerca di fermare l’abbattimento dei boschi dopo l’approvazione della legge delle Chiudende con la quale i più ricchi avevano potuto tancare, chiudere gratis, i terreni che prima erano un bene comune.
Il protagonista è Angelo Uras, un uomo che sin da ragazzino sviluppa un sentimento di giustizia e di profondo rispetto per il territorio e riesce a contagiarlo a buona parte della sua comunità.
Repliche
13 Ottobre 2024 – Torino, Circolo dei sardi Antonio Gramsci
12 Ottobre 2024 – Vercelli, Circolo dei sardi Giuseppe Dessì
collaborazione alla drammaturgia Lara Farci, Alessandro Mascia
con Lara Farci, Alessandro Mascia, Pierpaolo Piludu
disegno luci, video Giovanni Schirru
sonorizzazione Matteo Sanna
regia Alessandro Lay
Liberamente tratto dall’opera di Emilio Lussue dai racconti delle bambine e bambini del ’43
Lo spettacolo si snoda tra la ‘grande storia’, ovvero l’avvento del fascismo narrato con furore e sarcasmo da Emilio Lussu, una sorta di prologo a tutto quanto accadrà dopo, e le ‘piccole storie’ di chi ha vissuto in prima persona la tragedia delle bombe su Cagliari del 1943, di chi in quegli anni era ancora una bambina, un bambino, di chi ha visto con i suoi occhi l’intera città letteralmente rasa al suolo dai B/17, le “fortezze volanti”.
I rifugi storici della città, dalle grotte dei Giardini Pubblici alla cripta di Santa Restituta, le acque del porto in fiamme, la città che da un momento all’altro scompare, non c’è più… immagini impresse come un marchio nella memoria di chi allora aveva cinque, sei, dieci anni e ricorda che dove un attimo prima c’erano le case ora c’è solo il vuoto, o quasi: a perdita d’occhio si vedono calcinacci, macerie… e qualche pezzo di muro che ancora spunta da terra, come un dente cariato in una bocca malata.
Le bombe sono sempre le stesse, non cambiano, in qualunque epoca, che siano intelligenti o meno, che siano a grappolo o a spezzone, a pressione o a impatto. Le bombe sono sempre le stesse ovunque vengano lanciate, oriente o occidente non fa nessuna differenza, a Gaza come in Donbass, a Sarajevo come in Iraq o in Kurdistan, o in Libano… o dappertutto.
Le bombe uccidono, smembrano, distruggono, fanno a pezzi la vita.
Da dove arrivano, da quanto lontano arrivano le bombe?
Nel 1943 Cagliari visse alcune delle giornate più tristi della sua storia: le “fortezze volanti”, i grandi aerei da combattimento americani, la bombardarono ripetutamente distruggendo interi quartieri e trasformandola in un enorme campo di battaglia.
La guerra vista attraverso gli occhi di un bambino. Un bimbo down che ha la sfortuna di avere un padre estremamente ignorante, e non certo un “campione di sensibilità”. Giovanni Battista Puddu, factotum del Tribunale di Cagliari, trascorre il suo tempo libero imparando a memoria le frasi del duce; la sua massima aspirazione è quella di poter dare alla patria un gran numero di figli maschi da mandare a conquistare l’impero! Così quando, durante il quarto anno di matrimonio, dopo due femmine, la moglie finalmente gli dà il primo maschietto, Giovanni Battista non sta più nella pelle. La felicità però, nel giro di un paio di mesi, si trasforma in disperazione quando il medico di famiglia gli dice che il tanto atteso figlio maschio ha una grave malattia che gli impedirà di sfilare con la divisa da Balilla. Giovanni Battista decide così di tenere il piccolo nascosto a casa, come se fosse una vergogna. Paradossalmente, sarà grazie alla guerra, agli allarmi che dal 1943 incominciarono a risuonare in tutti i quartieri di Cagliari, che il bambino potrà uscire per la prima volta dalla sua casa-prigione, correre felice per le strade del quartiere di Villanova sino al rifugio del Terrapieno e conoscere un mondo che sino ad allora gli era stato tenuto nascosto.
“Famiglia Puddu è una storia affascinante e commovente che rivela ancora una volta il grande talento narrativo e interpretativo di Pierpaolo Piludu.”
adattamento teatrale di Alessandro Lay e Pierpaolo Piludu
collaborazione alla drammaturgia Alessandro Mascia
con Alessandro Mascia e Pierpaolo Piludu
disegno luci, illuminotecnica Giovanni Schirru
suono Emiliano Biffi / Matteo Sanna
scene Mario Madeddu e Marilena Pittiu
regia Alessandro Lay
Lo spettacolo è tratto dal romanzo Gli arcipelaghi di Maria Giacobbe.
Giosuè, un ragazzino di dodici anni, viene ucciso perché ha visto troppo; nessuno sa chi è stato. Tre mesi dopo nella notte di S. Antonio “la notte dei fuochi”, un uomo viene freddato con un colpo di pistola. La mattina successiva Oreste, anche lui di dodici anni, si presenta lacero e bagnato fradicio a casa dei Rudas, amici di famiglia che vivono in un paese a parecchi chilometri dal suo. Cos’è successo? Quella che pian piano iniziamo a immaginare è la verità? Applicare la legge, punire, equivale sempre a riparare all’errore? E qual’è il vero significato di “giustizia”?
Il teatro, come tutta l’arte, ha il compito e il dovere non tanto di dare risposte ma di porre domande, possibilmente scomode e di non facile soluzione: domande che invitino lo spettatore a prendere posizione su quello che dal palcoscenico gli viene proposto. Arcipelaghi, come già indica il titolo, racconta non una ma più vicende, non espone una verità ma, come fossero vere e proprie isole che man mano affiorano, porta a galla le diverse visioni di ognuno dei personaggi, fino a formare appunto un “arcipelago” di verità in cui decidere cos’è giusto e cosa no resta un compito del lettore o, nel nostro caso, dello spettatore
regia e collaborazione drammaturgica Alessandro Mascia
luci e suono Giovanni Schirru
realizzazioni sceniche Marilena Pittiu e Mario Madeddu,
con la collaborazione di Franzisca Piludu e delle artiste Pietrina Atzori e Rosaria Straffalaci
documentazione video Andrea Mascia
consulenza poetico/scientifica Gianluigi Bacchetta, Daniela Ducato, Giampietro Tronci, Luigi Usai
organizzazione Tatiana Floris
comunicazione Francesca Pani
Un ringraziamento particolare a Salvatore Porta e a tutti i compagni del Cada Die Teatro per i preziosi suggerimenti.
Bachisio è un uomo semplice, fortemente legato alla sua terra. Insieme a sua moglie e a suo figlio, come tanti altri contadini, sta lottando contro una grande impresa, “Bentulare”, che ha acquistato enormi appezzamenti di terreni in tutta la Sardegna per coltivarli in maniera intensiva. Suo figlio, Michelangelo, laureato in agraria, da anni cerca di coniugare le antiche conoscenze agricole dei suoi nonni con la ricerca scientifica e la produttività, in un contesto di grande rispetto per la natura. Bachisio però sta vivendo dei giorni di grande dolore. Qualche settimana prima, lui e suo figlio avevano chiesto con insistenza, ma inutilmente, ai responsabili di “Bentulare” di non irrorare con pesticidi i campi attigui ai loro per non inquinare le produzioni biologiche… Man mano che va avanti, il racconto di Bachisio si fa sempre più intenso e diventa una dichiarazione d’amore alla giustizia, alla Terra… e all’amore stesso.
di e con Alessandro Lay luci e suono Giovanni Schirru progetto sonoro Matteo Sanna scene Mario Madeddu, Marilena Pittiu, Matteo Sanna, Giovanni Schirru organizzazione Tatiana Floris
Grazie a Mario Madeddu, Alessandro Mascia, Pierpaolo Piludu, Giovanni Schirru per i loro racconti e suggerimenti; un grazie particolare a Sandro Angioni e Sergio Albertini per i consigli preziosi
Il gioco del football è un “sistema di segni”; è, cioè, una lingua, sia pure non verbale. La sintassi si esprime nella “partita”, che è un vero e proprio discorso drammatico. Ci può essere un calcio come linguaggio fondamentalmente prosastico e un calcio come linguaggio fondamentalmente poetico… Riva gioca un calcio in poesia.
Pierpaolo Pasolini
Nel 1970, quando il Cagliari divenne campione d’Italia, io avevo 8 anni.
Non ricordo molto dello ‘scudetto’, ma ricordo come era la città, come ci vestivamo, come ci appendevamo ai tram per non pagare, l’album della Panini e le partite ‘a figurine’ sui gradini della scuola elementare. Ricordo il medagliere, con i profili dei giocatori del Cagliari sulle monete di finto, fintissimo oro da collezionare.
E ricordo vagamente un ragazzo schivo, a volte sorridente, che guardava sempre da un’altra parte quando lo intervistavano. Un ragazzo che puntava i pugni in terra e si faceva tutto il campo correndo ogni volta che segnava un gol… un ragazzo che disse “No” a Gianni Agnelli.
Con Chiara Aru, Lia Careddu, Marta Proietti Orzella, Carla Stara, Alessandro Mascia. Collaborazione drammaturgica Alessandro Mascia Direzione tecnica Giovanni Schirru Disegno luci Emiliano Biffi Sonorizzazione Matteo Sanna Costumi Marco Nateri Sartoria Anna Sedda, Stefania Dessi e Patrizia Etzi – allieve stagiste: Serena Erriu, Natascia Moi, Florinda Spano Realizzazione elementi scenografici Marilena Pittiu e Mario Madeddu Cura movimenti scenici Ornella D’Agostino Segretaria di produzione Viviana Kaiser Cura e promozione Davide Madeddu Ufficio stampa e comunicazione Marzia Piga Produzione Cada Die Teatro in collaborazione con Sardegna Teatro Regia e scene Giancarlo Biffi
Un omaggio a Fabrizio De Andrè. Nella speranza che possa un giorno, “sul mare e sulla terra, Marcondiro’ndera” scoppiare la pace.
per un girotondo sulle macerie del mondo di Giancarlo Biffi
“Quando un bimbo perde i genitori lo chiamano orfano; quando una moglie perde il marito, vedova. Ma qual è il nome da dare a me: una madre, quando la sventura le porta via i figli?” C’è sempre qualcosa di superiore a cui ambire e per cui si deve sopraffare l’altro. Ecuba la madre, donna prima di tutto politica, cerca una via nella notte. S’interroga e ci interroga ma la ruota gira sempre in quel verso: non si vince mai e si perde quasi sempre. Ecuba lo sa, così come lo sanno le sue figlie. Cassandra vede quello che tutti possono vedere, sta nelle cose. Polissena è troppo libera, non può essere schiava, per questo dovrà essere sacrificata. Un capro espiatorio è necessario per andare avanti, per ricominciare. Poco importa se si muore per amore: “l’uomo uccide ciò che ama”. Giancarlo Biffi
3 SETTEMBRE 2019 – Cagliari, Teatro Massimo 3 AGOST0 2018 – Jerzu, Festival Dei Tacchi, Cantina Antichi Poderi 2 AGOST0 2018 – Jerzu, Festival Dei Tacchi, Cantina Antichi Poderi 12 NOVEMBRE 2018 – Cagliari, Teatro Massimo 11 NOVEMBRE 2018 – Cagliari, Teatro Massimo 10 NOVEMBRE 2018 – Cagliari, Teatro Massimo 9 NOVEMBRE 2018 – Cagliari, Teatro Massimo